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Una ricerca che fonde il tradizionale all’innovativo

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Dal Veneto al mondo intero. Il maestro Fabio Fornasier raccoglie il successo ottenuto grazie alla sua ultima linea di lampadari, la collezione LU Murano. Il risultato di una ricerca, di una dedizione e di una sperimentazione celebrata internazionalmente, ma curiosamente “snobbata” in Italia.

Non deve essere facile raggiungere un’armonica coniugazione tra tradizioni millenarie e innovative concezioni di design. In fondo, però, Murano è anche questo. Un’arte antica, con le sue regole, le sue maestranze, al servizio dell’ingegno moderno, degli stili recenti, delle visioni artistiche del futuro.

Esempio di tutto ciò è il recente successo raccolto dai lampadari della collezione LU Murano, frutto della creatività e dello spirito imprenditoriale di uno dei maestri più giovani dell’isola. Fabio Fornasier è un figlio d’arte. Dopo avere appreso, sin dall’adolescenza, gli antichi segreti dei maestri vetrai muranesi dal padre Luigi, dimostrando, sin da subito, una predisposizione per le tecniche più difficili e complesse, ha insegnato nelle più importanti scuole vetraie e di design del mondo, assorbendo concetti estetici e senso del gusto di Paesi e culture differenti.

Fondamentale fu l’incontro con l’amico Richard Meitner, durante un soggiorno olandese, occasione durante la quale il celebre designer chiese a Fornasier di condurre i seminari di soffiatura presso la Gerrit Rietveld Academy di Amsterdam. Un estro che gli è valso il premio Uk Lighting Design Award of the year 2010, ottenuto grazie al lampadario LU.

Un’opera su cui, quando ne venne presentato il prototipo a Vitraria nel 2004, la più affermata storica dell’arte muranese, Rosa Barovier Mentasti, disse testualmente: “Il LU è il lampadario muranese più innovativo degli ultimi trent’anni”.

Ne parliamo direttamente con il maestro creatore.

Come è nata l’idea per il lampadario LU?

I lampadari della collezione LU Murano sono il risultato di anni dedicati alla ricerca, alla sperimentazione e alla realizzazione di prototipi. Sentivo l’esigenza di realizzare un lampadario diverso, nuovo nel design, ma coerente con la tradizione, nella struttura e nel metodo di assemblaggio

Ha ottenuto dei riscontri?

Molto soddisfacenti. Mi riferisco, ad esempio, alla partecipazione, nel 2006, alla Biennale internazionale d’Architettura di Venezia, nell’evento collaterale CZ, quando mi invitarono ad esporre il VI, lampadario veneziano in stile Rezzonico, ottenuto riciclando 180 bottiglie di Antica Fratta, molate e rilavorate a caldo. Mentre con il lampadario ReWine ho ottenuto il terzo premio alla biennale di Cheongju, in Corea del Sud, nel 2007.

Il lampadario LU, invece, l’ha portato alla vittoria del primo premio durante i Uk Lighting Design Awards. Sembrerebbe riscuotere più successi all’estero che in Italia.

In parte è vero. Non mi spiego, infatti, la latitanza dei galleristi italiani, che contrasta con il vivo interesse e apprezzamento, manifestatimi da molti loro colleghi stranieri.

Cosa le piace soprattutto di questa sua ultima collezione?

Sicuramente il suo senso del movimento, quel dinamismo asimmetrico, un po’ pazzo, ma armonioso nel contempo, quasi che un rèfolo di vento l’avesse dolcemente spettinato. Un movimento che però non si riproduce, è concepito per ogni singolo pezzo, cambia di lampadario in lampadario. Ogni mio cliente o collezionista ha il suo personalissimo LU.

Alcuni, a Murano, la criticano per aver insegnato all’estero, e non solo in Europa, le tecniche muranesi.

È vero, ho insegnato in tutto il mondo. Ma non mi reputo il responsabile della divulgazione dei segreti tecnici muranesi. Altri maestri vetrai hanno questa responsabilità, e lo hanno fatto sin dagli anni 50, per denaro.

Intende dire che lei insegna a titolo gratuito?

Assolutamente no. Ma gli studenti che frequentano i miei corsi sono interessati, principalmente, a capire come relazionarsi con il vetro, se interpretare questo materiale da artigiano o da artista. La tecnica, invece, oramai la si può apprendere ovunque, a partire da internet. Posso capire i nostalgici della Serenissima, che un tempo, per tutelare i segreti dell’arte vetraia, ordinavano al boia di amputare la mano destra, se non addirittura di mozzare la testa, ai maestri vetrai rei di aver violato il segreto. Ma, oggi come oggi, mi fanno ricordare quel tale che si ostinava a chiudere la gabbietta, quando, ormai, l’uccellino era già volato via.

di Andrea Costanza
pubblicato a maggio 2010 su Architettura in allegato a il Giornale